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04/07/2014 London Breaking Postcards – Chapter 5 Posted In: active, Video

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Ho messo piede a Londra per la prima volta nel luglio 2008. A distanza di quattro anni il primo ricordo che pesco non appartiene alla città, ma al viaggio.Mi ricordo seduto su uno degli angusti seggiolini di Ryanair, vagamente emozionato, un po’ spaventato, pieno di speranza. Ricordo la sensazione unica del primo volo. Per la prima volta mi staccavo da terra: da terra, ma anche dalla mia terra – da solo. Ricordo la solitudine magnifica del trovarmi nel bel mezzo di un confine. Un’oscurità che si ripresenta più volte nel corso della vita e che, se siamo abbastanza fortunati o coraggiosi da intraprendere le giuste scelte di distacco, ci si mostra sottilmente irrorata di una luce arcana: la consapevolezza che a nulla, nell’universo – per dirla con le parole di Ian McEvan – è dato di restare fermo. Seduto su quel volo tenevo fra le mani Elianto di Stefano Benni. Ricordo di averlo chiuso mentre l’aereo cominciava a spostarsi, pascolando verso la pista di decollo come un pacifico insetto. Ricordo di aver chiuso gli occhi con un sospiro mentre il pachiderma dava lo strappo finale, mettendosi a correre prima di staccarsi e fendere correnti invisibili, puntando l’azzurro ingannevole del cielo. Guardai fuori dal finestrino: ciao ciao.Ci vuole davvero poco a cambiare mondo. Una volta che hai preso la decisione, le cose si srotolano da sole. Il problema è sempre a monte: il dubbio, l’incertezza… la paura. Ma la paura è spesso un vecchio spaventapasseri che da lontano ti sembra l’uomo nero e man mano che ti avvicini si trasforma in un vecchio pupazzo sgangherato. Certo: a volte, mentre sei lì che gli ridi in faccia, battendoti una mano sulla fronte per dirti quanto sei stato stupido, accade che lo spaventapasseri si mette a ghignare di rimando, dentro alla sua bocca scorgi denti scintillanti e capisci di averla fatta grossa. Ma sono convinto che questo capiti solo di rado. Il più delle volte, il coraggio alimenta il coraggio.Ricordo l’odore dell’aria, che in Inghilterra ha una consistenza diversa. Poi di moquette, di valige e tappeti all’aeroporto. Quindi la campagna inglese, vista dallo Stansted Express. Il verde spettrale dell’erba, che in Scozia diventa ultraterreno, e il grigio grafite che lo soverchiava. Ricordo una miriade straripante di dettagli, come la bottiglietta verde d’acqua gassata cortesemente portami avvolta in un fazzolettino da un commesso mulatto. Dettagli tutto sommato inutili. Ma ciascuno legato a quella straordinaria sensazione di sgusciare nell’ignoto, incatenato ai binari di un destino che doveva condensarsi attorno a una mia libera scelta. Lontano da ogni cosa familiare. Solo.Ora che sono passati anni da quel giorno sul treno, molto è cambiato. Io. Ma anche la città, e il mio modo di vederla. Una delle caratteristiche salienti di Londra è proprio questa: cambia in continuazione. Più ci si vive, più si capisce che essa ha sempre qualcosa di nuovo da offrire. Anche laddove sei passato mille volte, magari nella via che fai ogni giorno per recarti a lavoro, realizzi una prospettiva inedita, un locale nascosto, un volto sconosciuto. All’inizio tutto è scoperta. Mi lasciavo incantare dai nomi esoterici delle fermate della metropolitana e vagavo a casaccio col solo proposito di vedere, rimbalzando da una stazione all’altra come una pallina nelle corsie di un flipper. Vedere, vedere, vedere! Non mi saziavo mai. Eppure, definire questa città è un’impresa titanica. Grandi scrittori l’hanno passata al setaccio cercando di intrappolarne l’anima fra le maglie di una rete d’inchiostro. A volte con risultati eccezionali. Ma pochi anni dopo lei era già un’altra: perché i suoi cambiamenti e le sue sorprese non risiedono solo nell’occhio di chi la osserva e di chi ci vive, ma è il suo corpo stesso a reinventarsi in continuazione, come uno strano blob che non trova pace se non nel movimento. Anche il più modesto spazio virtuale di un blog genera disagio. Londra ospita decine di migliaia di voci e molte di esse gridano da anni sulla carta o nel web per farsi ascoltare, per imporre il loro racconto, la loro esperienza. La loro Londra. Perché c’è una Londra diversa dietro ogni sguardo, dietro ogni testa pensante e sognante. Così, passeggiando per i vicoli dell’est-end, oppure sciabordato sulle innumerevoli corse del 242 (l’autobus che non passa mai) seduto su una panchina delle Hackney Marshes o disteso sul prato di Regents’ Park, anch’io ho riempito pagine fitte di appunti che forse mai nessuno leggerà, più volte tentato dall’aprire anch’io, da bravo internauta, il mio piccolo blog, subito rinunciandoci, pensando che la maggior parte della gente ha altro cui badare che soffermarsi fra le righe dell’ennesimo “londoner” a tempo determinato. E poi, la mia conoscenza della città è dignitosa, ma quanto mai distante dal conferirmi l’autorevolezza di uno specialista. Finché a un certo punto ho capito una cosa: ogni luogo è uno stato mentale, e pertanto nelle nostre vite si trasforma in simbolo. Così torniamo al mio primo viaggio in terra inglese, e ai motivi di questo progetto.Un bellissimo racconto di Borges parla di due destini opposti ma complementari. Quello di Droctulft, un guerriero longobardo che partì con l’idea di distruggere Ravenna e finì con l’innamorarsene; e quello di un’aristocratica donna inglese dello Yorkshire, che una volta caduta in un’esistenza brutale divenne incapace di distaccarsene. Borges avverte un denominatore comune: «Forse le storie che ho narrate sono una sola storia» conclude. «Il dritto e il rovescio di questa medaglia sono, per Dio, uguali». Londra è il risvolto della mia medaglia. Un risvolto ancora da decifrare. Prima di vedere Londra non avevo visto neppure Roma. Avevo visitato Barcellona, Parigi, Napoli, Firenze. Avevo visto una città. Mi mancava una iper-città. E Londra lo è. Londra è un cazzotto avvolto in un guanto che mi ha colpito allo sterno e mi sono portato a casa. I grattacieli della City hanno continuato per anni a riaffiorarmi dietro agli occhi chiusi. Era una parte di me che andava affrontata. Così ho finito per tornare. Perché la primissima sensazione provata fu sì quella di disorientamento totale, ma poi sopraggiunse la bellezza. Una bellezza speculare e complementare a quella cui ero abituato, aliena e allo stesso tempo rivelatrice.La bellezza dei parchi, enormi o piccoli come giardini, strofinati come gioielli o acconciati come criniere, colorati e sinuosi, dolci o altezzosi. Belli: come certi culi che ancheggiano nelle stradine di Covent Garden e Seven Dials nei giorni di shopping. La bellezza dei grattacieli della City – i primi che avessi mai visto – e quelli di Canary Wharf, cittadella della finanza in gran misura detestabile per ciò che rappresenta, ma incantevole quando il sole tramonta sul Tamigi e le luci di mille uffici, finestre e vetrate si accendono, trasformandoli in giganteschi cristalli, enormi acquari notturni. E poi la bellezza antica degli edifici georgiani a mattoni, delle living-room sporgenti e tinte di bianco. E quei comignoli così buffi, allineati sui tetti come barattoli.La bellezza delle strade sempre pulite, e delle migliaia di facce che ogni giorno le percorrono. La bellezza del Tamigi. Di questo fiume modesto ma grande, sempre pacato, anche nel respiro delle sue maree, che solleva dall’occlusione dei palazzi a perpendicolo e restituisce allo sguardo la libertà di conquistarsi una distanza. Questa bellezza. E un’altra ancora. Una bellezza molteplice. Una chimica dell’estetica eterogenea, agglutinata in un corpo che possiede coerenza e armonia nonostante le diversità che lo compongono su ogni piano, da quello architettonico a quello sociale: tradizione e avanguardia, caos e ordine, meritocrazia e sfruttamento. Una bellezza stanca. Quella del cuoco in pausa sigaretta, seduto sui gradini di un ingresso laterale. Il grembiule sporco e i segni sotto agli occhi del barista, mentre si conta le ore di lavoro sul palmo della mano adagiato sui gradini di Arne Street. Migliaia di turchi stipati nei buchi degli off license nel corso di lunghe notti, quando il suono delle ambulanze scandisce il tempo più degli orologi. Una bellezza vertiginosa che sembra moltiplicarsi ogni qualvolta provi a parlarne. Le parole si riproducono, si complicano. Le storie che puoi percorrere, qua, sono infinite. Cerca di ritrarla e ti sentirai inadeguato. È davvero un luogo in cui bisogna starci per capirlo.Londra ha rappresentato per me, come per moltissimi altri, un punto di svolta. Se era – e resta – difficile, pretenzioso e forse persino inutile cercare di descriverla, a un tratto si sente comunque il bisogno di comunicare l’energia apparentemente inesauribile di cui è dotata – energia che per un po’ hai assorbito e in parte alimentato. Volevo farlo strappando al contempo una memoria visiva dei luoghi nei quali amavo perdermi, per evitare di perderli prima dell’inevitabile cambiamento. E dato che l’unica via percorribile, per me, è sempre stata quella dell’improvvisazione, della combinazione casuale, dell’accostamento inatteso, ho capito che il modo migliore di renderle omaggio era utilizzare il tipo d’improvvisazione nel quale mi sento più ferrato: il ballo. Nel mondo del breaking usiamo una parola: freestyle. Scrivendo, mi rendo conto che gran parte della mia vita – da londinese e non – finora l’ho vissuta all’insegna del freestyle. Freestyle è lasciarsi andare, togliere il guinzaglio a creatività e ispirazione nella fiducia che ti porteranno su un percorso tortuoso ma intenso – incerto, ma degno di essere affrontato nella speranza di chiudere il cerchio in modo dignitoso, traendo lezioni e ricompense. Chi balla sa di cosa parlo. Ma anche chi è arrivato a Londra con un bagaglio, qualche risparmio e le idee confuse. Alla fine mi sono deciso. Ho aperto Facebook e ho scritto a Nico Lopez Bruchi (EDFcrew). Non c’era persona più adatta alla scopo. Nico è un guerriero dell’invenzione. Ha una curiosità per il mondo e occhi che sembrano volerlo reinterpretare, manipolare, migliorare. E un entusiasmo contagiante. Io volevo un ricordo. Lui l’ha trasformato in un’idea: «Facciamone una cartolina!» In quattro giorni, fra guardie gentili, scoiattoli assassini e scenari da brivido, la bulimia creativa di quest’uomo ha immagazzinato 140GB di riprese.Come se non bastasse, a quel punto ho sentito che dovevamo fare di più. Il video era un tributo a Londra, ma passava attraverso la mia esperienza. Era tempo di tornare a scrivere: così nasce questo blog. Qua ospiteremo cinque cartoline, contando alla rovescia per arrivare alla Zero Postcard. Io cercherò di raccontare qualcosa della città che spero valga la pena di essere ascoltato. Breaking postcards potrebbe avere un seguito in altri luoghi, ma al momento restiamo sintonizzati su Londra, un grandioso palcoscenico che sorprende e genera ispirazione. Il video, da parte mia, è dedicato a tutte le persone oneste che ho incontrato sotto al suo cielo, quelle che mi hanno aiutato a trovare una strada e una collocazione nel suo enorme e insidioso grembo. Speriamo che anche voi, scorrendo queste righe, guardando le nostre cartoline, possiate trarne spunto per arricchire la vostra esistenza. O semplicemente divertirvi. Seguiteci, commentateci, fateci conoscere se pensate sia una bella idea. È la bellezza che ci salva. Sempre. Più saremo in grado di riconoscerla nelle sue varie forme e di condividerla, più saranno elevate le possibilità di salvarci. F.B. Londra, giugno 2013 I set foot in London for the first time in July 2008. After four years, the first memory that I peach does not belong to the city, but the trip.I remember myself sitting on one of the narrow seats of Ryanair, vaguely excited, a bit scared, full of hope. I remember the unique sensation of the first flight. For the first time I was taking flight: away from the ground, but also from my land – alone. I remember the visit of the magnificent solitude in the middle of a border. Darkness that recurs several times in the course of a life and that, if we are lucky enough or brave enough to take the right choices of separation, shows itself slightly sprinkled with a arcane light: the awareness that nothing, in the universe – using words by Ian McEvan – is given to stay still. Sitting on that flight I held in my hands Elianto by Stefano Benni. I remember closing it as the plane began to move, grazing toward the runway as a peaceful insect. I remember I closed my eyes with a sigh while the pachyderm gave the final climb, before breaking into a run and cleave invisible currents, pointing the misleading blue of the sky. I looked out the window: bye bye.It takes very little to change world. Once you’ve made the decision, things unroll themselves. The problem is always upstream: doubt, uncertainty… fear. But fear is often an old scarecrow that from a distance it looks like the boogeyman, and as you approach turns into a rickety old puppet. Sure: sometimes, while you’re there, laughing on its face, hitting your forehead while telling you how stupid you are, it happens that the scarecrow starts to grin back: inside its mouth you spot sparkling teeth and you realize that you have made an awful mess. But I am convinced that this happens only rarely. Most of the time, courage feeds courage.I remember the smell of the air, which in England has a different texture. Then carpet, rugs and luggage at the airport. So the English countryside, viewed from the Stansted Express. The ghostly green grass, which becomes otherworldly in Scotland, and Graphite Gray overwhelming all of this. I remember a overflowing myriad of details, such as the green bottle of sparkling water, kindly given to me, wrapped in a handkerchief, from a mulatto salesman. Details altogether useless. But each one tied to that extraordinary feeling of slipping into the unknown, chained to the tracks of a destiny that was to be condensed around my own free choice. Far from everything familiar. Alone.Now that it’s been years since that day on the train, much has changed. Myself. But also the city, and the way I see it. One of the salient features of London is this: changing. The more we live, the more we understand that she always has something new to offer (I think London, as any other city, is a female). Even where you passed a thousand times, perhaps in the way you do every day for going to work, there you can achieve a new perspective, a local secret, an unknown face. At first, everything is discovering. I let myself be enchanted by the esoteric names of the tube and wandered random for the only purpose of seeing, bouncing from one station to another like a ball in the aisles of a pinball machine. See, see, see! I never grew tired ever. Yet, define this city is a massive undertaking. Great writers have sifted trying to seize its soul through the meshes of a net made of ink. Sometimes with exceptional results. But a few years later she was already another: because its changes and surprises do not reside only in the eye of the beholder, but it is its own body wich reinvents itself constantly, like a strange blob that does not find peace if not in motion. Even the most modest virtual space of a blog generates discomfort. London is home to tens of thousands of voices. Many of them cried out for years – on paper or on the web – to be heard, to impose their story, their experience. Their London. Because there is a different London behind every look, behind every thinking-dreamy-head. So, while walking through the narrow streets of the East-end, or swashing on countless races of the 242 (the bus that never arrives) sitting on a bench of Hackney Marshes or lying on the grass in Regents’ Park, I have filled pages that maybe nobody will read, tempted several times from opening my little blog, just giving up, thinking that most people have other things to take care about. Plus, my knowledge of the city is decent, but very far from conferring to me the authority of a specialist. But then I realized something: every place is a state of mind, and therefore in our lives it is transformed into a symbol. So: let’s go back to my first trip on English soil, and the grounds of this project.A beautiful story by Borges tells of two destinies, opposite but complementary. The first is about Droctulft, a Lombard warrior who set out with the idea of destroying Ravenna, ended up falling in love with the city. The second, is about an aristocratic English woman from Yorkshire, who once fell into brutal existence became unable to detach from it. Borges warns a common denominator: “Perhaps the stories I have told are one” he concludes. “The obverse and reverse of this coin are, by God, equal.”London is the lapel of my medal – yet to be deciphered. Before seeing London I had visited Barcelona, Paris, Naples, Florence. I had seen a city. I missed a hyper-town, as London is. London is a punch wrapped in a glove that struck me in the sternum and I brought home. The skyscrapers of the City kept emerging for years behind my closed eyes. It was a part of me that had to be faced. So I ended up coming back. Because the very first sensation experienced was that one of total disorientation, of course, but then came the beauty. A mirror beauty, complementary to the one I was used to, alien and revealing at the same time. The beauty of the parks, huge or small gardens, rubbed like jewelry or manes styled, colored and sinuous, sweet or haughty. Beautiful, like some asses that sway in the streets of Covent Garden and Seven Dials in the days of shopping.The beauty of the skyscrapers of the City – the first I had ever seen – and those of Canary Wharf, citadel of finance largely detestable for what it represents, but lovely when the sun sets over the River Thames and the lights of a thousand offices, and stained glass windows come on, turning them into giant crystals, huge night aquariums. And then the ancient beauty of Georgian buildings in brick, and the white colored living-room. And those chimneys, so funny, lined up on roofs like tin cans. The beauty of the streets always clean, and the thousands of faces every day run. The beauty of the Thames. Of this small but great river, always gentle, even in the breath of its tides, which releases from the occlusion of the perpendicular buildings, giving back to the gaze the freedom of conquering a distance. This beauty. And yet another. A beauty manifold. A heterogeneous chemistry of aesthetic, agglutinated in a body that has coherence and harmony despite the differences that make it up on each level, from architecture to society, from tradition to innovation, chaos and order, meritocracy and exploitation. A tired beauty. The one of the chef’s cigarette break, sitting on the steps of a side entrance. The dirty apron and signs under the eyes of the bartender, as he counts the hours of work on the palm of the hand, while resting on the steps of Arne Street. Thousands of Turks crammed into the holes of the off license in the course of long nights, when the sound of ambulances marks the time better then the watches. A breathtakingly beautiful that seems to multiply every time you try to talk about it. The words are reproduced, complicated. The stories that you can run, here, are endless. Try to portray London: you will feel inadequate. It really is a place where you have to be in order to understand it. London has been, for me as for many others, a turning point. If it was – and still is – difficult, pretentious, and perhaps even useless trying to describe it, suddenly one feels the need to communicate the seemingly inexhaustible energy that is attached to it – energy for a while you’ve absorbed and partly fed. I wanted to do it, pulling out a visual memory of the places where I loved getting lost, to avoid losing them before the inevitable change. And since the only way, for me, has always been the one of improvisation, the random combination, I realized that the best way to pay tribute was to use the kind of improvisation in which I feel more shod: dancing. In the world of breakdance we use a word: freestyle. I realize that so far I have lived a large part of my life under the banner of freestyle. Freestyle is let it go, let it be, take off the leash from creativity and inspiration, in the trust that this will take you on a circuitous but intense route – uncertain, but worthy of being addressed, in the hope of closing the circle in a dignified manner, drawing lessons and rewards. Bboys know what I mean. But even those who arrived in London with luggage, some savings and confused ideas. In the end I decided. I got on Facebook and wrote to Nico Lopez Bruchi (Edf). There was no person more suited to the purpose. Nico is a warrior of the invention. He has a curiosity about the world and eyes that seem to want to re-interpret it, manipulate it, improve it. And a contagious enthusiasm. I wanted a souvenir. He turned it into an idea: “Let’s make it as a postcard!” In four days, among kind guards, killer squirrels and thrilling scenarios, the bulimic creativity of this man has stored 140GB of footages. As if that were not enough, at that point I felt we needed to do more. The video was a tribute to London, but was going through my experience. It was time to get back on writing: thus was born this blog. Here we’ll host five postcards, counting down to get to the Zero Postcard. I will try to tell something about the city that I hope it’s worth listening to. Breaking postcards could have a follow in other places, but at the moment we stay tuned on London: a big stage that surprises and generates inspiration. The video, on my part, is dedicated to all honest people I have met under its heaven, those who have helped me to find a way and a place in its enormous and insidious lap. We hope that you, running these lines, looking at our postcards, will draw inspiration and enrich your existence as well. Or simply get enjoyment. Follow us, comment us, make us known if you think it’s a good idea. It is the beauty that saves us. Always. The more we are able to recognize it in its various forms and to share it, the more elevated the chance to save us. F.B. London, Jun 2013

 

 

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