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20/06/2014 LONDON BREAKING POSTCARDS – CHAPTER FOUR Posted In: active, Video

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Two-Four-Two-To… TottenhamCourtRoad!
La voce pacata della signorina scandisce la cantilena fra uno stop e l’altro, ricordando ad ogni fermata che l’autobus ha un nome – anzi, un numero – e una destinazione. Mi siedo sempre in prima fila, se posso. Il primo posto, al primo piano.
A sinistra o a destra non fa differenza, purché sia attaccato al finestrino.
La pioggia si strofina la coda sul vetro, lo punteggia di gocce minute che il vento disperde in lacrime.
Two-Four-Two…
Guardo attraverso la pioggia. Cerco una posizione comoda. Da questa altezza, da quest’angolo di solitudine mobile – in questa fissità dinamica, condivisa ma raccolta, distante da ogni altro passeggero, anche da quello che ti siede accanto, sprofondato in un telefono o in un libro – così rannicchiato, un piede sotto la sbarra che percorre in orizzontale il parabrezza, la testa e una spalla contro il finestrino – così posizionato, dalla sommità di questo bestione rosso ho iniziato a conoscere la città.Lo scomparto superiore dei bus londinesi si chiama upper deck. Lo apprendi alla prima occasione, quando i passeggeri si accalcano davanti agli ingressi e nel corridoio come polli d’allevamento, finché l’autista, seccato, non chiama in soccorso la signorina del programma elettronico, che informa: Seats are available on the upper deck. E tu pensi: Ah, ecco come si dice. L’upper deck è veramente il luogo dal quale s’impara a tracciare coordinate, unire puntini, creare una rete di riferimenti, spazio e geometria. Eppure, all’inizio molti si tengono alla larga dai bus. È invece il buco maleodorante e torbido della metropolitana a suscitare maggior fiducia. Dev’essere per via della mappa: così semplice e accondiscendente, colorata e limitata: tlac tlac, la ripieghi con cura, e Londra è nel taschino. O nella memoria dell’I-phone. Deve essere anche perché la metropolitana londinese è un’esperienza.
È emozionante. È misteriosa. È antica e profonda… e profondamente diversa, per chi sa coglierne le sfumature. Questo enorme intrico di capillari sotterranei ha molto a che fare con la vita londinese. L’atmosfera raccolta, tonda, invasa da odori, suoni e vento è sempre in grado di suscitare un senso d’arcana perdizione. Scendere è semplice. Si consulta la mappa, un simpatico gioco di linee colorate che accantona il timore e invita al viaggio. Dita corrono da mattina a sera su quella superficie plastificata – curiose, indagatrici, decise e confuse. Migliaia di dita. Poi si pesca un’ostrica dal taschino o dalla borsetta – una tessera bianca e blu, detta Oyster – e la si passa su un sensore giallo: le ganasce dei cancelletti s’aprono di scatto, a volte con violenza, come inservienti esaurite da un lavoro ripetitivo e massacrante. E così sei ammesso nell’avamposto di quel mondo inabissato. Come da piccolo ho imparato ad amare i treni (datemi un treno e otterrete un sorriso) così ho imparato ad amare la metro londinese. The Tube. Il tubo, lo chiamano. Un tipico slancio di minimalismo inglese, considerata la vastità di questo “tubo” interrato: «La più antica rete metropolitana del mondo, la più estesa d’Europa e la seconda per estensione vantando ben 460 Km di linea autonoma di cui il 45% costituito da gallerie sotterranee, superati solamente dai 467/5 Km del recente impianto di Shanghai» (Wikipedia). Se non ci sono lavori in corso – e da qualche parte ci sono sempre, soprattutto nel fine settimana – incontriamo le scale mobili. Londra sa essere discreta, spesso dissimula la sua grandezza travestendola di modestie, ma questo non vale per le scale mobili. Lunghissime. Infaticabili. Ed esatte. Quando funzionano. Cioè, quasi sempre. Quando così non è, la discesa si trasforma in una corsa di bisonti. La salita, in un vero castigo. L’acciaio dei gradini sembra assorbire i passi e gonfiare gli sforzi. Ma se il torrente metallico scivola come dovrebbe, un giro sulle vette mobili di Holborn può accendersi di romanticismo o gratitudine. Romanticismo, se a uno va di appoggiarsi al nastro scorrevole per incontrare gli occhi di chi viaggia sulla corsia opposta, o anche solo per contemplare volti, abiti, attitudini. È sempre uno spettacolo affascinante. Un’attività che può trasformarsi in gioco, o sfida, se qualcuno decide di rispondere al tuo sguardo. Gratitudine, se i tuoi piedi stanchi vi trovano riposo dopo lungo camminare. Puoi conciliare le due cose: l’alchimia degli sguardi e il riposo del guerriero.

Ed ecco, arriviamo in quella che il giornalista Beppe Severgnini chiama
“la città profonda”. Una terra di nessuno. Un ventre che appartiene solo ai passi e al movimento, a un tempo che ha fretta di cancellare qualsiasi presenza, aiutato da sbuffi di vento improvviso, talvolta fortissimo, nel quale si mischiano voci e un bizzarro odore che non saprei definire bene: qualcosa a metà fra la grafite e la plastica surriscaldata, un’esalazione di sostanze invisibili spazzate via dalla compattezza dei treni in arrivo e in partenza. Si cammina a passo svelto verso la meta prefissata. Altrimenti, chi ti sta dietro deve sorpassarti, aggiungendo una smorfia a quelle già accumulate o da accumulare. Chi se la prende con calma non è un abitué. Oppure, in un moto di ribellione, ha deciso di rompere una consuetudine che dopo un po’ viene introiettata fino a diventare regola. E cioè: una corsa in metropolitana è una corsa. In tutti i sensi. Quando cominci a ragionare in questi termini capisci di essere ormai parte del sistema, minuscolo ingranaggio del motore-Londra, globulo solitario e frettoloso che fa dello slalom il suo stile di vita. E quando ti scopri addosso un gesto d’insofferenza, una smorfia, o addirittura odi la tua voce pronunciare l’ennesimo sorry con l’intonazione petulante, stressata e leggermente indignata degli inglesi, allora capisci che hai davvero bisogno di una pausa. Ma non ci sono pause possibili, qua sotto, a meno di volersi attirare un centinaio di improperi in una decina di idiomi differenti. L’unico posto dove è possibile sostare senza pericolo di ingorghi, che io sappia, è alla base delle scale mobili, fra una rampa e l’altra. Ed è forse questo il posto migliore per assistere al tremendo spettacolo dell’inquietudine umana. Questa è l’ansa del fiume. La secca dove puoi puntare i piedi per contemplare l’immensa varietà delle razze incanalata su uno sfondo neutro: pura sostanza umana, carne in movimento, occhi, capelli, scarpe e cappelli subito persi, affondati nel suono di passi e di conversazioni sbriciolate. Qua vedi ciò che vedrai camminando nei lunghi corridoi bui, e poi aggrappato a una maniglia di un convoglio: la città sminuzzata, mescolata e mai amalgamata. Ma la vedi in modo più netto, più evidente, come immobilità che contempla l’azione. E se ti soffermi abbastanza a lungo, se ti liberi a sufficienza dell’ingombro delle cure quotidiane, dalle distrazioni dei tuoi pensieri, allora accade che cominci ad avvertire qualcosa d’ulteriore – e come sottostante – che accomuna tutti. È come se ci fosse un altro piano. Un livello invisibile. La gente passa. Avanti e indietro. S’incrocia, s’incontra, si divide. Si sfiora. Confluisce. Senti questo livello. È più profondo di una metropolitana. È come un cavo elettrico, o una tubatura, sulla quale hai appoggiato il piede. Persone passano. Avanti e indietro.
E come tutte le cose misteriose che sbocciano dal profondo, non puoi che scegliere se lasciarla ricadere nel buio o tentare di afferrarla, agganciandola alle parole. Riporto alla mente dei versi di Eliot: Here is a place of disaffection time before and time after in a dim light. E mi pare quasi di capire ma… ecco: questa forma di tempo ci cattura nuovamente. Dobbiamo andare. Ci stacchiamo. La corrente ci riprende con sé, e il segreto è dimenticato. E la verità che avevamo intravisto, torna nascosta.

Superati gli inevitabili errori iniziali, viaggiare in metro diventa facile e – quando non genera stress – persino divertente. Il magico quadratino di plastica blu è un lasciapassare assoluto. Ti permette di viaggiare per chilometri senza preoccupazioni, a patto di pagare caro (trenta sterline a settimana per le prime due zone). I treni passano ogni due-tre minuti. Le piattaforme sono in genere pulite, anche se danno l’impressione che una patina di fuliggine ne impregni ormai irrimediabilmente ogni centimetro quadrato. Poi arriva il venerdì sera. Spettacoli diversissimi si accostano fra loro: i capelli di una bellissima ragazzi mossi dal vento artificiale dei convogli… e la pozza di vomito dove ondeggia la testa di chi ha davvero esagerato. Utilizzandola spesso apprendi quelle che io chiamo “distanze utili”. Se da Bethnal Green, mettiamo, devi scendere a Holborn, impari che basta salire sul vagone che ti trovi davanti non appena imboccato l’ingresso della west bound (piattaforma che va a ovest): in questo modo le porte si apriranno esattamente di fronte all’uscita di Holborn. E così ti sarai risparmiato una bella coda e cinque minuti d’attesa in quell’imbuto ostruito. Lo so, suona un po’ da maniaci. Ma c’è di meglio: ho conosciuto un tipo che misurava le distanze utili contando i passi. E poi, dopo un po’ diventa questione di sopravvivenza: fossero anche tre, quei minuti d’attesa, provate a moltiplicarli per venti giorni al mese: fa un’ora! Ecco perché gli inglesi corrono, e s’incazzano se gli bloccate il passo sulle scale mobili.
Perché sanno contare. Un vagone di metropolitana… che posto! Si direbbe il luogo perfetto per un incontro. Due file di seggiolini, uno davanti all’altro, in una vicinanza che ha – oserei dire – qualcosa di erotico. Ma non è così. Tolte le solite eccezioni, spesso e volentieri il silenzio regna sovrano. Un’assenza di comunicazione inspessisce la distanza, e una vacuità di sguardi. Ti siedi in un angolo. Ti aggrappi a una sbarra. Dondolando osservi questa galleria di facce ammutolite, fisse nel vuoto, chine su un libro. Di rado, qualcuno intento a frugare nei volti altrui. E così, pensi, siamo davvero come alberi di una grande foresta? Lo scrisse Cortázar: i nostri tronchi sono vicini ma non s’incontrano mai, se non per uno strofinarsi di foglie. Entità isolate e separate che si sfiorano nel gioco casuale del fogliame. E ognuno ha il suo percorso già deciso, ma non si vede. Possiamo solo perderci nel rispetto d’impegni predeterminati. Qua sotto, dove tutto avviene nel segno della più implacabile rottura, non mi è mai stato dato di stringere una nuova conoscenza. Mi sembra che ogni stazione possegga una propria personalità. Euston e King’s Cross si stagliano severe e labirintiche. A Piccadilly Circus mi pare di scendere in cantina. Holborn ha un’aria da ufficio. Covent Garden è claustrofobica, e nasconde una trappola ben più insidiosa delle file ansiogene che ne ingorgano i due ascensori: ovvero, le scale. Solo una volta, ignaro, ne ho tentato la scalata. Ero di fretta e mi sono detto: “Perché aspettare?”. Ebbene, quell’impresa, ne sono convinto, deve essermi costata qualche giorno di vita. Quelle scale non sono lunghe: sono interminabili. Lo stretto angolo col quale si svolgono a spirale non cambia mai, sicché finisci quasi per esserne ipnotizzato. Cominci a sperare che l’uscita si presenti al prossimo tornante (intanto cominci a pentirti della scelta) poi guardi indietro e vedi altri disgraziati che come te si asciugano il sudore, e allora, sì, forse, ti dici, be’, magari non è stata una buona idea. Ma tornare indietro non si può. Si è sempre troppo orgogliosi per considerare sprecate le energie già investite. E poi, maledizione, l’uscita sarà ormai prossima. Ma non lo è. Non lo è. Esperienza che si tenta una sola volta, credo, a patto di non essere masochisti. Ma se lo siete, ve la consiglio: vi divertirete un sacco.

Quanti mezzi… anche loro hanno una personalità. Gli autobus… rossi pachidermi che non attendono… la metro, verme misterioso e implacabile… i cab, papaveri di nera eleganza… azzurre biciclette a tempo, compagne effimere d’un pomeriggio… l’Overground, signora gentile vestita d’arancio, a me particolarmente cara. Forse perché simile al treno come lo intendiamo noi italiani. Forse perché viaggia all’aria aperta, fendendo paesaggi. O per via del colore – così solare! – o forse solo per il fatto che la metto in relazione a cose piacevoli: giorni di pesca e vacanza, zollette di zucchero, il lago di Hampstead Heat, la sua pace collinare… viaggia da sud-est a sud-ovest, tagliando per il nord, unendo luoghi così diversi, come il posto in cui ho abitato a lungo, e il suo opposto: i magnifici Kew Gardens, e Richmond, col suo verde, il suo cielo scoperto solcato da aeroplani… la sua ricchezza un po’ snob e distaccata. Sui mezzi londinesi trovi un universo umano inesauribile. Le situazioni più stravaganti e gli esemplari più sorprendenti. Una volta, rincasando a notte tarda, ho visto uno zombi. Ero seduto un po’ più indietro rispetto al mio posto abituale. Lo zombi ha risalito la scala dell’upper deck con passi barcollanti, farfugliando qualcosa che non potevo decifrare. Aveva abiti laceri e polverosi, scarpe rotte, una barba lunga e capelli sporchi. Poi si è messo a scandire una parola: news paper. La ripeteva in modo meccanico, brancolando alla ricerca del suo giornale. Quando l’ha trovato mi è passato accanto e si è seduto in testa al bus, ma senza leggerlo. La signorina del programma elettronico ha scandito la fermata successiva, e lo zombi si è messo a ripetere quel nome con voce atona, come se cercasse di decifrare un segreto, di ritrovare un significato che aveva smarrito, a un certo punto, nel corso della sua disgraziata vita. Ricordo poi la ragazza orientale che piangeva sotto alle accuse sibilanti del suo compagno, e l’ometto con gli occhiali che ha cercato inutilmente di difenderla, limitandosi a sfogare il suo risentimento alzando il dito medio al momento di lasciare l’autobus. Oppure il nero con occhi sognanti che, salutandomi, mi disse: do the right thing. Fa’ la cosa giusta. E io risposi che certamente l’avrei fatta, e lui, con aria sorniona: ma tu non sai quale sarebbe per me la cosa giusta. Chissà che voleva dire. Ricordo quella corsa pazzesca iniziata a Camden Town, l’upper deck affollato d’ubriachi. Un tizio ha vomitato nel corridoio e una cicciona si è messa a ridere e strillare, battendo le mani, deliziata, ogni volta che qualcuno, scendendo, cercava d’aggirare l’ostacolo, arrampicandosi sulle poltroncine o slittando sulla pozza come un pattinatore inesperto. Scene d’ordinaria follia e malinconia. Ma anche la tenerezza degli studenti in divisa, i fratellini che si tengono per mano, i capelli vaporosi delle afroamericane e l’eterno bambino col naso, gli occhi e la bocca schiacciati contro il finestrino in un misto di sogno e d’attrazione per la realtà che scivola là fuori, il mondo con cui un giorno dovrà fare i conti. Quanta gente. Quanta fretta. Quante coincidenze e orari.

Cosa sarebbe Londra senza trasporti? Niente. A volte ci penso. Dovessi scegliere un frammento della città, farlo assurgere a simbolo del tutto cui appartiene, mi ritroverei dispiegato davanti agli occhi chiusi un immenso reticolo: linee, percorsi, snodi e tracciati. Poi, un battito di palpebre trasformerebbe quel disegno, impastandone i contorni. Colori e linee si scioglierebbero, la materia vischiosa s’allungherebbe nel profilo di grattacieli – the Gherkin, the Heron Tower, The Shard – si stenderebbe in pozze verdi e azzurre – Hyde Park, Regent’s Park, Holland Park – la vedrei contorcersi in viottoli, mappando le stradine di Covent Garden, Hampstead, Notting Hill. Infine un terzo battito di ciglia mi riporterebbe a bordo di un autobus, con una cantilena negli orecchi  (242) mentre la pioggia picchietta il parabrezza, e nella trama di gocce sgorgo una strada che ora curva, ora fila dritta e sicura per qualche chilometro, ora rallenta, si mostra a tratti, procede con difficoltà fino al prossimo incrocio, e chissà dove sono diretto, chi salirà, chi incontrerò… o se resterò solo e in silenzio, come spesso accade, a guardare il paesaggio, spiando facce e pensieri, annotandoli su un taccuino o semplicemente perdendomici, come il nostro sguardo si perde talvolta sul parabrezza che incontra la pioggia.

Londra è un viaggio.

F.B.
30/08/2013

Two-Four-Two-To … TottenhamCourtRoad!
The calm voice punctuates a chant between a stop and the other, reminding at each stop that the bus has a name – in fact, a number – and a destination.
I always sit in the front row, if I can. The first place on the first floor. Left or right makes no difference, if it is attached to the window. The rain rubs its tail on the glass, dots of minute droplets which the wind drives away in tears. Two-Four-Two…I look through the rain. I am looking for a comfortable position. From this height, from this corner of moving solitude – dynamic fixity, shared collection, far from any other passenger, also from the one sitting next to you, who is sinking in a telephone or in a book – so curled up: one foot below the bar that runs horizontally to the windshield, head and shoulder against the window – so positioned, from the top of these red beasts I started to know the city.The upper bin of London buses is called upper deck. One learns it when passengers are crowded in front of the entrances and in the hallway as farmed chickens, as long as the driver, annoyed, calls in aid the electronic voice of a gentle lady, which informs: “Seats are available on the upper deck”. And so you think: “Well, here’s how you say it”. The upper deck is really the place from which one learns to draw coordinates, join the dots, creating a network of references, space and geometry. Yet, many shy away from the bus. Instead, the hole stinky and murky underground met with greater confidence. It must be because of the map: so simple and condescending, colorful and limited: tlac tlac, fold carefully, London is in the pocket. Or in the memory of the I-phone. Must be because London Underground is an experience. It’s exciting. And mysterious. It is ancient and profound… and profoundly different, for those who can grasp the nuances. This huge underground maze of capillaries is strictly related to London’s life. Its intimate atmosphere, round, invaded by smells, sounds and wind is always able to arouse a sense of arcane perdition. It’s easy to go down. You look at the map, a friendly game of colored lines that invites to travel. Fingers run from morning to evening on that plastic surface – curious, inquisitive, decided or confused. Thousands of fingers. Then you draw a card from your pocket or handbag – a blue and white card called Oyster – and you go on a yellow sensor: the jaws are then open with a snap, sometimes with violence, as attendants exhausted by a repetitive and boring job. Then you’re allowed in the outpost of this underworld. As a child, I learned to love trains (give me a train and you will get a smile). As a man, I learned to love London’s underground. They call it “Tube”. A typical momentum of english minimalism, given the vastness of this “tube”: «The oldest underground railway network in the world, the largest in Europe and the second largest boasting 460 km of well-autonomous line of which 45% were by underground tunnels, exceeded only by the 467/5 Km of the recent Shanghai plant» (Wikipedia). If there is no work in progress – and there is always somewhere, especially on weekends – we meet the escalators. London knows how to be discreet, often concealing its greatness with modesty, but this does not apply to escalators. Long. Tireless. And accurate. When it works. That is almost always. When it is not, the descent turns into a race of bison. The climb into a real punishment. The steel seems to absorb steps and inflate efforts. But if the metal glides as it should, a ride on the heights of Holborn can ignite romance or gratitude. Romance, if one goes to lean on the belt to meet the eyes of those traveling on the opposite lane… or just watching faces, clothes, attitudes. It is always a fascinating sight. An activity that can be transformed into the game… or a challenge, if someone decides to reply to your look. Gratitude, if yours tired feet will find rest after a long walk. One can combine the two things: the alchemy of the looks and the rest of the warrior.

And here, we get into what journalist Beppe Severgnini called “The deep city”.
A no man’s land. A stomach that belongs only to steps and movement, to a time that is in a hurry to remove any presence, aided by sudden gusts of wind, sometimes very strong, which are mixed with voices and a strange smell that I cannot define well: something between graphite and overheated plastic, a whiff of invisible substances swept away by the compactness of trains arriving and departing. You better walk briskly toward the fixed goal. Otherwise, who’s behind will overtake you, adding a grimace to those already accumulated or to be accumulated. Who takes it calmly is not to get used. Or, in a gesture of rebellion, has decided to break a habit wich, after a while, is introjected to become a rule. And that is: a subway ride is a race. In every sense. When you start to think in these terms, you realize you have become part of the system, small motor gear, solitary globule and hasty, doing slalom as a way of life. And when you discover yourself in a gesture of impatience, with a face, or even hearing your voice saying “sorry” with the petulant intonation, slightly distressed and outraged of english people, there you realize that you really need a break. But there are no possible breaks down here… unless than wanting to attract a hundred insults in a dozen of different languages. The only place where you can stop without the risk of traffic jams, to my knowledge is at the base of the escalators, between a ramp and another. And this is perhaps the best place to witness the tremendous spectacle of human restlessness. This is the bend of the river. The shoal where you can point your feet, contemplating the immense variety of breeds channeled on a neutral background: pure human substance, flesh in motion, eyes, hair, shoes and hats immediately lost, sunk in the sound of footsteps and conversations crumbled. Here you see what you will see walking through the long dark corridors, and then holding on to a handle of a convoy: the city chopped, mixed and never amalgamated. But you see it more clearly, more obvious, such as immobility which contemplates action. And if you stop long enough, if you free yourself enough from the daily cares, from the distractions of your thoughts, then it happens that you start to feel something further – and as below – which is common to all. It is as if there is another plan. An invisible layer. People pass. Back and forth. Intersect, meet, are divided. Are touched. Flow. Feel this level. It’s deeper than an underground. It’s like an electric cable, or a pipe, which you placed your foot on. People pass by. Back and forth. And like all the mysterious things that bloom from the bottom, you have to choose whether to drop them or try to make sense using words. I remind verses by T.S. Eliot: Here is a place of disaffection time before and time after in a dim light. And I can almost understand, but… here we are: this form of time catch us again. We have to go. We detach. The current takes us away, and the secret is forgotten. And the Truth that we saw, back hidden.

After the inevitable mistakes of the beginner, travelling by tube becomes easy. And – when it does not generate stress – even fun. The magic blue plastic square is a overall pass. It allows you to travel for miles without any worries… provided you pay (thirty pounds a week for the first two areas). The trains run every two or three minutes. The platforms are generally clean, even though they often give the impression that a layer of soot irrevocably soak every square inch. Then comes friday evening. Several performances are combined with each other: the hair of a beautiful young blowing in the artificial wing… and the puddle of vomit where sways the minds of those who have really gone too far. Using it daily, one learns what I call “useful distances”. If from Bethnal Green, for instance, you have to get off at Holborn, you learn that getting on the wagon that you face as soon embarked on the entrance of the west bound you’ll find the doors opening exactly in front of Holborn’s way out. It’s a good deal to avoid five minutes of waiting, trapped in that blocked funnel. I know, it sounds a bit crazy (I met a guy who measured the “useful distances” counting steps). But after a while it becomes a matter of survival: just try to multiply those five minutes – lets say three – for twenty days: it’s going to be an hour! That’s why english people runs, and get pissed off if you block the passage on the escalators. Because they know numbers. A wagon… what a place! It seems the perfect place for a meeting. Two rows of seats, facing each other in a neighborhood that has – I dare to say – something erotic. But it is not. Removed the usual exceptions, silence more often reigns supreme. Lack of communication thickens the distance, and an emptiness of looks. You sit in a corner. You cling to a bar. Swinging observe this gallery of dumb faces, fixed in a vacuum, bent over a book. Rarely, someone intent to rummage in the faces of others. And so – you think -, are we really like trees of a large forest? Cortázar wrote: our trunks are close but never meet, except for a rubbing of leaves. Isolated separate entities, grazig in the casual game of the foliage. And everyone has a own path already decided, but not evident to the others. We can only lose each other, in the respect of predetermined commitments. Down here, where everything takes place in the sign of the most ruthless break, I was never given to forge a new acquaintance. It seems to me that each station possesses its own personality. Euston and King’s Cross stand strict and labyrinthine. At Piccadilly Circus I seem to go down in the cellar. Holborn has an air of office. Covent Garden is claustrophobic, and hides a trap more insidious than the queues that engorge its two lifts. And that is: the stairs! Only once, unaware, I have attempted the climb. I was in a hurry and I said to myself: “Why not?”. Well, that experience, I guess, must have shortened my life by a few days. Those stairs are not long, but endless. Their narrow spiral angle never changes, so you end up almost being hypnotized. You begin to hope that the output will present at the next bend (while you begin to repent of choice) then you look back and see that other unfortunates like you dry off the sweat. There you say: well, maybe it wasn’t a good idea. But you cannot come back: we’re always too proud to consider wasted the energy already used. And then – damn it – the output should be forthcoming! But it is not. It is not. That is a experience you try just one time. Provided you are not masochists. But if you are, I recommend it: you’ll have lots of fun.

How many transports… they also have a personality. Buses… red elephants that do not wait… the Tube, mysterious and relentless worm… cabs, elegance of black poppies in the traffic… blue bikes, ephemeral companions of a sunny afternoon… the Overground, kind lady dressed in orange, particularly dear to me. Maybe because more similar to a normal train. Perhaps because it’s traveling in the open air, slicing through landscapes. Or Because of the color – so sunny ! – or maybe just the fact that I put it in relation to pleasant things: fishing and holydays, sugar cubes, Hampstead Heath, peaceful hillside… from south-east to south-west, cutting to the north, combining so many different places, such as the place where I lived for a long time, and its opposite: the magnificent Kew Gardens, and Richmond, with its green, its open sky crossed by airplanes… its richness, a little bit snob and detached. On London transports you find a inexhaustible human universe. The most extravagant situations and most amazing specimens. Once, coming home late at night, I saw a zombie. I was sitting on a bus, a little further back than my usual place. The zombie climbed the staircase on the upper deck with tottering steps, mumbling something I could not decipher. He had torn and dusty clothes, broken shoes, a long beard and dirty hair. Then he started to chant a word: newspaper. He repeated mechanically, groping for his newspaper. Then he found it, passed me, and sat on top of the bus but without reading it. Then the electronic voice has marked the next stop, and the zombie started to repeat that name with a flat voice, as if trying to decipher a secret, to find a meaning in it, a sense that was lost, at some point, during his wretched life. I also remember the oriental girl who was crying under the sibilant allegations of his partner, and the little man with glasses who tried in vain to defend her: he just vent his resentment raising his middle finger while leaving the bus. And the black man with dreamy eyes that said to me: “do the right thing”. And I replied: “of course”. And him, with a sly smile: “But you do not know what would be the right thing for me”. Who knows what he meant. I remember that crazy race started in Camden Town, the upper deck crowded of drunks. One guy threw up in the hallway and a fat woman started to laugh and squeal, clapping her hands, delighted every time someone came down, trying to get around it, climbing on chairs or slipping on the puddle as a inexperienced skater. Scenes of ordinary madness and melancholy. But also the tenderness of the students in uniform, the brothers who are holding hands, the fluffy hair of africans and the eternal child with his nose, eyes and mouth pressed against the window in a mixture of dream and attraction for the reality that slides out there, the world he will have to face, one day. How many people. How much haste. How many coincidences and plans.

What would be London without transports? Nothing. Sometimes I think about it. If I had to choose a fragment of the city, make it the symbol of the everything to which it belongs, I would get unfolded behind my closed eyes an immense network: lines, paths, junctions and tracks. Then, a blink of an eye would turn that design, mixing contours. Colors and lines would melt, the viscous material would stretch in the profile of skyscrapers – the Gherkin, the Heron Tower, The Shard – it would spread in green and blue pools – Hyde Park, Regent’s Park, Holland Park – I would see it writhing in narrow lanes, mapping the streets of Covent Garden, Hampstead and Notting Hill. Finally, a third blink of an eye would bring me back on a bus, with a chant in the ears (24 )while the rain taps the windshield, and in the plot of drops I recognize a road that now bend, now proceeds straight and safe for a few kilometers, sometimes slows down, it shows at times, at times proceeds with difficulty to the next junction, and who knows where I’m headed, who will get in, if I’ll meet somebody… or if I’ll rest alone and in silence, as often happens, watching the scenery, spying faces and thoughts, writing them down on a notebook or simply loosing myself, as our gaze is lost, sometimes, on a windshield that meets the rain.

London is a trip.

F.B.
08/30/2013

 

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